IL RITO VIRTUALE DELLO STUPRO DI GRUPPO

“Raga chi ha 12enni?”“Ciao a tutti come faccio a stuprare mia figlia senza farla piangere?”“Chi vuole segarsi su mia cugina?”“Chi si sega per l’ultima volta sulla mia ragazza?”Questi sono alcuni dei messaggi che è possibile trovare nei gruppi Telegram intorno ai quali in questi ultimi giorni si è creato un grande clamore mediatico. Questo fenomeno non è, in realtà, affatto nuovo (avevamo già denunciato un forum dove avevamo trovato foto anche di ragazze, inconsapevoli, della nostra città). Stiamo parlando adesso di gruppi Telegram nei quali uomini di ogni età mettono in pratica riti di veri e propri stupri di gruppo virtuali nei confronti di ragazze, spesso anche minorenni, che nella stragrande maggioranza dei casi rimangono inconsapevoli di tutto ciò. A volte però se ne accorgono, nel momento in cui iniziano ad essere contattate da innumerevoli sconosciuti, con insulti e commenti che possiamo facilmente immaginare. Perché di queste ragazze vengono condivisi foto e video, intimi e non, pubblici e privati, ma anche profili social, numeri telefonici, indirizzi di casa – si invita così a rendere loro la vita impossibile per via di presunti torti subiti. Le identità di queste ragazze vengono buttate in un’arena virtuale che conta numeri esorbitanti: oltre i 40.000 iscritti in due mesi e una media di 30.000 messaggi al giorno; si tratta di contenitori di misoginia ed ignoranza, dove le identità di queste ragazze vengono trattate come figurine da scambiare. Ma non parliamo di figurine, parliamo di ragazze in carne ed ossa: alcune di queste si suicidano, altre perdono il posto di lavoro. Chi diffonde questo materiale, invece, rimane impunito e convinto di non agire in maniera sbagliata, da una parte perché si avvale dell’anonimato che solo il mezzo informatico permette, dall’altra perché protetto dalla forza e dalla logica del branco. “Se tu mi mandi una foto nuda parte da me la cosa di tenermela privata, probabilmente se colui a cui la mandi la fa girare non sai riconoscere una persona affidabile da un ritardato” questo è uno dei messaggi che abbiamo trovato quando ci siamo infiltrate in uno dei tanti gruppi per segnalarlo, testimonianza del meccanismo di colpevolizzazione della vittima a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine anche per tanti altri casi, omicidi o stupri in carne ed ossa.Purtroppo combattere questi fenomeni è difficile: certo, si possono segnalare i gruppi e spesso questi vengono chiusi dalla piattaforma, ma per ogni gruppo chiuso ne esistono almeno altri tre “di riserva” dove migliaia di utenti si riversano per continuare il loro perverso rituale collettivo. È importante pertanto invitare tutti alla riflessione e alla denuncia di questi fenomeni anche tramite l’ultimo strumento giuridico a disposizione, la legge sul revenge porn, che prevede la reclusione fino a 6 anni e multe da 5mila a 15mila euro. È importante anche infondere consapevolezza in chi pensa che molti di questi siano gruppi innocenti che forniscono materiale su cui masturbarsi: questi sono gruppi che normalizzano e legittimano la violenza, verbale e non, lo stupro, la vendetta, la pedofilia. Molti degli utenti giustificano infatti questi veri e propri stupri di gruppo perché “le foto e i video sono pubblici, presenti sulle home di facebook o Instagram” e in quanto tali non persiste reato nella loro condivisione. In parte questo è vero (alcuni gruppi condividono solo materiale già pubblico), ma riteniamo risieda anche qui un meccanismo estremamente malato e violento. L’eccitazione che si prova nell’aver sotto le mani un contenuto esclusivo, infatti, è quasi comprensibile (non giustificabile). L’appropriazione di un contenuto privato e intimo che non ci appartiene attribuisce potere a chi lo possiede, e un vantaggio sopra colei che si ritrova poi violata e sotto ricatto. Ed è così che l’eccitazione si moltiplica, e va oltre la sola visione del contenuto in questione. Ma quando questo contenuto invece è pubblico e questo “vantaggio” sull’altra non è più presente? Ecco che subentra la fossa nella quale, uno dopo l’altro, divoreranno quel “tuo” contenuto che adesso con una cornice di insulti, masturbazioni collettive, scambio di contatti, diventerà finalmente “loro”: è così che proverai ugualmente vergogna e senso di colpa. Non importa se quel contenuto sia privato o pubblico, la logica del branco affamato ti colpevolizzerà ad ogni modo, qualsiasi cosa tu faccia, che tu sia nuda, seminuda, o vestita, non importa nemmeno più il vestiario, sarà sempre tua e solo tua la colpa.Noi pensiamo, invece, che qualsiasi persona abbia il diritto di condividere, pubblicamente e non, una propria foto – che sia vestita, nuda o seminuda, perché non fa del male a nessuno. Nessuno ha il diritto, invece, di buttare queste foto nella fossa di un branco di misogini affamati come se si avesse a che fare con pezzi di carne da masticare in branco, merce scambiabile, oggetti inanimati e dei quali ognuno può disporre a proprio piacimento, sempre e comunque. Vogliamo così sottolineare la necessità di parlare di cultura dello stupro, educazione emotiva e sessuale, sicurezza informatica. Dovremmo tutti e tutte imparare prima ad avere rispetto per l’essere umano, e poi ad usare uno smartphone o un computer!

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