La sessualità negata alle/ai minorenni

Quando si affrontano temi come l’educazione sessuale e la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, le istituzioni a Cosenza rispondono con un eloquente silenzio assoluto. Quando se ne parla in relazione all’età adolescenziale, il silenzio è assordante. Si ha l’impressione che la questione non sia di competenza dell’azienda sanitaria provinciale; sembra quasi che lo smantellamento dei servizi esistenti e la complessiva inefficacia dei progetti fittizi messi in atto dalle istituzioni, siano fenomeni assolutamente non correlati a quello che è un vuoto ingente di risorse e interventi rispetto a temi come la sessualità e la prevenzione. I consultori territoriali non
sono in grado di provvedere ad una distribuzione gratuita di preservativi o di altri metodi contraccettivi, né tanto meno hanno le risorse economiche per organizzare incontri e dibattiti nelle scuole in modo strutturale e continuativo. Nell’immaginario istituzionale, evidentemente, gli adolescenti dovrebbero essere in grado di comprare i contraccettivi autonomamente o altrimenti astenersi dal sesso. Una prospettiva molto realistica. Forse le normative che regolano questo genere
di situazioni si riferiscono a quegli/quelle stessi/e adolescenti che dopo aver avuto un rapporto sessuale a rischio, si recano serenamente in farmacia accompagnati dai genitori per comprare la pillola del giorno dopo. Un’altra previsione probabilissima. La pillola del giorno dopo, a livello teorico e nel resto d’Italia, viene prescritta alle minori nei consultori senza il consenso o la presenza
fisica dei genitori, mentre a Cosenza, la libera interpretazione delle regole, obbliga l’adolescente a richiedere la contraccezione d’emergenza accompagnata dall’adulto/a che ne fa le veci. Il risultato è che le adolescenti solitamente chiedono ad un’amica più grande di comprare la pillola del giorno
dopo in farmacia, al posto loro. La burocrazia in materia di tutele, paradossalmente, protegge la minorenne unicamente nel peggiore dei casi, ovvero, quando la prevenzione è fallita miseramente o non è mai avvenuta, dopo che l’accesso autonomo ai metodi contraccettivi è risultato impossibile, l’adolescente è libera di abortire senza il consenso dei genitori, avvalendosi del giudice tutelare.
Questo può avvenire, naturalmente, se dentro ai consultori ci sono ginecologi e ginecologhe
disponibili a darle il certificato necessario all’interruzione di gravidanza, senza appellarsi ad un inesistente diritto di obiezione di coscienza. Inesistente, perché solo ed esclusivamente il personale che dovrebbe compiere fattivamente l’interruzione di gravidanza può essere obiettore, non coloro
che attestano la volontà della donna di abortire. L’interpretazione arbitraria e illegittima delle normative, comunque, si evidenzia anche nel semplice tentativo della minorenne di ottenere una visita ginecologica di controllo. Da quanto ci risulta, infatti, la maggioranza del personale medico nei consultori si rifiuta di visitare una minorenne senza l’autorizzazione dei genitori. A riguardo non c’è nessuna legge che vieti di erogare un servizio così basilare a coloro che non hanno compiuto diciotto anni, ma di fatto resta un diritto negato in quanto, secondo i/le suddetti/e dottori e dottoresse, le pazienti minorenni non hanno la capacità giuridica di sottoscrivere il consenso
informato necessario per essere visitate. In pratica, si tratta dell’ennesimo fenomeno di medicina difensiva messa in atto illegittimamente da un sistema sanitario pubblico che, in ultima analisi, preclude alle donne di autodeterminarsi, di decidere sui loro corpi. A proposito di corpi, i limiti istituzionali si attestano anche in materia di educazione sessuale e affettiva. Laddove la violenza di
genere si traduce in violenze sessuali taciute o addirittura incomprese, i programmi regionali e
locali non hanno piani di intervento all’altezza del fenomeno, anzi, non hanno nessun piano. La sessualità degli/delle adolescenti è semplicemente lasciata al caso, che per la maggioranza significa imparare e introiettare pratiche sessuali scopiazzate dalla pornografia di stampo maschilista e misogino. L’assenza delle istituzioni si aggrava nel momento in cui le stesse impediscono l’intervento nelle scuole e nei luoghi di formazione di iniziative autorganizzate e indipendenti, mettendo di fatto il veto allo scardinamento degli stereotipi sessuali e della riproduzione della violenza. Trascurare, o addirittura contrastare, l’educazione sessuale e affettiva, specialmente nei riguardi delle nuove generazioni , significa essere complici del sistema patriarcale, il quale, in nome della decenza e del buon gusto, rifiuta la lotta per la liberazione dei corpi delle donne e delle soggettività non binarie. Contestualmente, lo stesso sistema legittima e alimenta il modello di quell’unica espressione della sessualità che può essere strumentalizzata, mercificata, per la quale
non esistono tabù, contro la quale persino la Chiesa non ha niente da dire.
Noi rifiutiamo ogni forma di violenza, qualsiasi genere di restrizione alla nostra libertà di autodeterminarci. Vediamo, nelle limitazioni alle minorenni, un’operazione tanto contraddittoria quanto funzionale al controllo coatto dei loro corpi e delle loro menti, e non certamente mirata a supportarle nella loro volontà di tutelarsi e godersi il sesso in sicurezza e libertà.
A ridosso del bigotto Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona, che vedrà, tra i diversi
partecipanti, membri del Governo fermamente contrari all’aborto, dobbiamo sottolineare quello che è l’apice dell’ipocrisia istituzionale: rendere burocraticamente impossibile l’accesso libero e gratuito ai metodi anticoncezionali e alla contraccezione d’emergenza e, allo stesso tempo, demolire la legge 194 che garantisce l’interruzione volontaria di gravidanza.
Le istituzioni alimentano la violenza di genere e la riproducono sistematicamente,
indipendentemente dall’età.

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