Victim Blaming e Cultura dello Stupro

È il 10 febbraio del 1999, Roma.
Rosa è una ragazza di 18 anni, il suo istruttore di guida la conduce in una stradina di campagna e la violenta.
Rosa indossa i Jeans. La cassazione decide, in virtù di questo elemento, che non si sia opposta allo stupro.
I giudici scrivono che l’indumento è tale che “non si può sfilare nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi lo porta. E’ impossibile sfilare i jeans, se la vittima si oppone con tutte le sue forze”.
A quanto pare, Rosa non ha fatto abbastanza.

È l’11 Agosto del 2012, Ohio.
Un video raccapricciante diventa virale su YouTube, una 16enne in stato di incoscienza subisce violenza di gruppo da parte di alcuni suoi coetanei.
Un amico degli stessi, altrove, ride e scherza con la sua comitiva, commentando che “in un’altra casa c’è chi sta scopando con una morta”.
Il giorno dopo, la ragazza in questione non ricorda nulla, scopre quanto accaduto dai social.
Due ragazzi vengono inquisiti, saranno condannati l’anno seguente a due anni di prigione minorile.
La CNN riprende la notizia, soffermandosi su come il carcere e lo stigma di stupratore avrebbero compromesso irrimediabilmente la serenità dei due giovani: “E’ stato stato davvero difficile assistere a come questi due ragazzi con un futuro così promettente, due sportivi di prim’ordine, ottimi studenti, hanno visto le loro vite cadere a pezzi.”
La giornalista che empatizza con gli stupratori, più che con la vittima, si chiama Poppy Harlow, è una donna.

È il 16 Luglio del 2018, Roma.
La Cassazione stabilisce che, nel caso di uno stupro, se la vittima è ubriaca per aver assunto volontariamente alcool, alla pena non può essere aggiunta l’aggravante del ricorso a sostanze alcoliche o stupefacenti.

Settembre 2020, Roma, Liceo Socrate.
La vicepreside bandisce le gonne troppo corte, altrimenti “a Professori e compagni può cadere l’occhio”.

Settembre 2020, Corigliano Rossano.
Sono le 2:30 di notte, una ragazza di 16 anni sta rientrando a casa. È sola.
Si accorge di essere seguita da un’auto: affretta il passo.
Due uomini la raggiungono, la afferrano per le spalle, tentano di caricarla sulla vettura.
Irrompe il fratello di lei, i due prontamente si dileguano.
“Ma io dico… Una ragazza di 16anni che torna a casa alle 2:30 di notte, mah”; “Una 16enne che torna a casa alle 2:30 di notte, da sola, tanto normale non è”; “A prescindere che la notizia mi puzza, denuncerei i genitori per abbandono di minore”.
Questa è soltanto una parte dei commenti al post di Facebook, che diffonde la notizia. Tanti sono scritti proprio da donne.

Dalla sentenza dei Jeans, del 1999, nulla è cambiato. Chi subisce violenza di questo tipo, a prescindere dalle circostanze, è colpevole. Se si tratta di una donna, poi, l’aggravante è doppia.
Quando la prima reazione ad episodi del genere è: “Ma cosa ha fatto per meritarsi questo?”, la società ha chiaramente un problema.

Victim Blaming e Cultura dello Stupro sono emanazioni dirette di un sistema patriarcale che ci vuole normalizzat* e normalizzant*. Ecco perché la colpevolizzazione della vittima, spesso, è attuata proprio dalle donne. Chi subisce questo tipo di violenza interiorizza a sua volta e ripete tali atteggiamenti e comportamenti sui suoi stessi simili, nella convinzione che non possa accadere nulla di male se ci si attiene alla “norma”.

La nostra dignità, in quanto donne, non è misurabile dai cm di una gonna, dal tasso alcolemico nel sangue, da chi frequentiamo o da cosa facciamo.
Il rispetto che ci è dovuto non è qualcosa che può essere elargito a singhiozzo, a seconda delle circostanze.
Non siamo una tabella di valutazione, il nostro corpo non è un simulacro ambulante in carne e ossa, da esibire o mortificare, all’occasione.

Rivendichiamo il diritto ad essere e ad esistere, libere, pensanti, autonome ed indipendenti perché quel Jeans, che Rosa indossava nel 1999, diventi non più strumento di repressione ma simbolo di liberazione.

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